All’imbrunire di questa domenica torno qui, in questo posto nostro, a scrivere di me, di noi, del mio essere una psicologa. Torno dopo qualche settimana di silenzio.
Silenzio voluto, dovuto a me stessa, forse. La mia vita, dal 6 ottobre è entrata in stand by. In attesa. Un’attesa vigile, come si dice ora ai tempi del Covid_19.
E’ stato un mese e mezzo di riflessione, paura, terrore, di rimessa in discussione degli errori visti e subiti.
Ho rivisitato gli errori con un altro metodo interpretativo: consapevolmente costruttivo e non in preda ad emozioni disfunzionali e quindi distruttivo.
Ho cercato il coraggio più impensabile dentro di me.
Ho cercato di capire.
Ho perdonato?! Questo non lo so. Sono una psicologa, fortunatamente, ed il perdono ha una forma particolare per me.
E’ stato un mese che ha validato la mia scala di valori. L’importanza di ciò che ho rispetto a ciò che non ho. Che mi ha fatto vedere la mia storia e quella della mia famiglia in maniera emotivamente oggettiva. Perché un momento come questo, prima o poi, arriva. Certo magari con altri presupposti. Non con uno shock. Non con un trauma come questo. Trauma ormai pragmaticamente superato ma che rimarrà lì, in un angolo del mio essere. Sempre. Incontrovertibilmente.
La paura che qualcuno possa portarti via ciò che è tuo, affettivamente tuo, credo sia la paura ancestrale dell’essere umano. L’ho vissuta sulla mia pelle. Ho avuto paura che mi portassero via anche gli errori della mia famiglia. E con essi la mia casa. Il posto che è diventato mio e dei miei pazienti. La mia storia.
E ho compreso, vivendolo direttamente cosa intendesse con secondo compleanno una mia giovanissima paziente. Lei parla proprio di nascita. Non di rinascita. Perché: “ Dott.ssa quel giorno sono nata, consapevolmente ho capito che mi stessi affacciando alla vita per la prima volta, dopo quello che avevo vissuto. ”
Stessa mia sensazione.
Dal 18 Novembre, alle 11.29, sento una vita nuova, diversa, scorrermi dentro.
Una vita fatta di riflessioni che prima d’ora probabilmente non avevo fatto in maniera così approfondita. Per evitarle.
Ho compreso chi io desideri al mio fianco.
Ho voluto ridare a mio padre la dignità dei suoi errori, la sua storia.
Ho voluto vedere la mia vita da un altro punto di vista.
Mantenendo però la determinazione di non perdere quel posto, posto che è il luogo dell’affetto, da cui guardare tutto questo.
So che con la condivisione e la fede comportamentale ci si possa riappropriare dei propri errori, del proprio posto, della propria storia.
E vivere un secondo compleanno.
Mi permetto di dire grazie anche attraverso questo pezzo a chi mi è stato accanto ed a chi non lo ha fatto.
A mio fratello, quello diventato Uomo senza che me ne accorgessi che cammina con me da 35 anni: alle nostre decisioni sempre ragionate in modo divergente ma convergenti in una scelta condivisa sul da farsi.
Alla persona che ho accanto che non lascia mai la mia mano. A prescindere da tutto.
Alle mie amiche. Vicine e lontane. Alla mia seconda J.
A te che preghi per noi nonostante i tuoi problemi.
A chi è entrato nella mia vita ora e non se ne è andato.
A te zio ed a Lei Antonio che ci guidate da lassù ma che ci avete preparato a questo momento, giorno dopo giorno, durante il nostro percorso di vita.
A te che ti prendi cura di mio papà e di noi.
A te papà.
A te che hai visto la luce, 2 anni fa, il 18 del mio mese di compleanno. Il 18, proprio il giorno del mio secondo compleanno.
Ai miei pazienti che hanno avuto la pazienza di capire, di ascoltare, di aspettarmi. Siete la responsabilità più rara che possa avere e la più preziosa. E questo posto è anche vostro. Soprattutto vostro.
La vostra J.
