” … qui non arriva la musica … “
Era il 7 febbraio di quest’anno quando ascoltai queste parole per la prima volta.
Ero a Sanremo, fuori dall’Ariston, seduta in terra ad aspettare Marco – Mengoni – e, qualche ora prima, avevo telefonato a mio papà per ricordargli che Marco quella sera avrebbe cantato intorno alle 22.
Lui, entusiasta, mi rispose:
” va bene Chicca, spero di non addormentarmi! “
La sua malattia, la malattia di Parkinson, gli procurava una sonnolenza chimica. Incontrollabile.
Però quella sera resistette e rimase colpito dal pezzo di Marco. Anche se:
” Chicca non è come Guerriero. Guerriero rimane la mia preferita. “


Noi, io ed il mio papà, ci scambiavamo musica, sport, discussioni, sorrisi, lacrime.
Paure.
La mia paura per la sua malattia era la sua, e viceversa.
Oggi sarebbe stato il suo tredicesimo compleanno in compagnia del Parkinson. Un ospite indesiderato, scomodo, impegnativo.

Oggi è il suo settantasettesimo compleanno.
E lui non è qui. Almeno non fisicamente.
Le paure che avevamo si sono concretizzate tutte il 25 giugno. Quando la musica ha smesso di arrivare.
Lasciando spazio a non so che cosa.
Convivere con un perdita di una persona che aveva una patologia è come convivere con quell’inquilino che una volta non ti rivolge la parola ed, il giorno dopo, ti fa trovare la cena pronta.
Si alternano la serenità di sapere finalmente l’essere umano libero dalla malattia ed il dolore lancinante di non aver più modo di stringere quella persona a se.
La morte ci costringe ad una rilettura delle nostre vite fino a quel momento. Un rilettura della nostra storia. Una razionalizzazione che non dovrebbe fare sconti ma che, inevitabilmente, li fa perché quella persona se n’è andata. E questo sovrasta tutto.
La morte fa fare bilanci. Il bilancio più difficile.
La morte ti costringe al silenzio. Inevitabilmente. Un silenzio fagocitante. Opprimente. Disperante.
Il silenzio del ” … qui non arriva la musica … “ : queste parole rendono bene l’idea.
In quante occasioni non arriva la musica.
Nel mio studio si alternano storie di silenzio, di musica interrotta, di musica sostituita con oggetti fagocitanti.
Ogni percorso inizia con uno stato di silenzioso torpore prodotto da background di vita difficili, da relazioni disfunzionali, da patologie di personalità, da Disturbi del Comportamento Alimentare, da diagnosi mediche.
Mi rendo conto che la musica che accompagnava le nostre vite è cambiata dal giorno di quella diagnosi: io ed il mio papà eravamo musica classica, pop, rock … techno quando litigavamo.
La diagnosi ha spento tutto. Ma abbiamo sempre cercato di tenerla a basso volume. Lì. Da qualche parte.
Papà la ascoltava di notte perché lei, la musica, stimola il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore di cui i parkinsoniani sono deficitari. La ascoltava in ufficio mentre lavorava, la ascoltavamo insieme quando tornavo dai concerti e guardavamo insieme i video che avevo girato.
Ora la musica che tanto amavamo accompagna i miei ricordi. Ma, a tratti, non voglio ricordare perché il ricordo valida la sua assenza. Ed io lo vorrei qui, con me.
Ma lui non c’è.
La nostra vita ha visto tante interruzioni di musica. Ma l’unica musica che non è mai mamcata è stata quella del vero bene. Quel bene che esiste a prescindere dagli sbagli, dagli errori, dalle mancanze che, a volte, si hanno o si subiscono.
Credo che la perdita sia una faccenda che abbia una forte correlazione con l’amore. Più si ama più la perdita avrà una marcatura profonda. Ma l’amore ha anche a che fare con il volere il bene dell’altro. Ed io so che mio papà finalmente è libero anche se non è qui con me fisicamente. E questo mi fa stare ” bene “.

” Amare significa dare quello che non si ha. […] Donare la mancanza nell’amore significa questo: far sentire che la presenza dell’altro è ciò che scava in me la sua mancanza. Quando noi diciamo ” Ti amo ” stiamo dicendo a qualcuno che la nostra vita, senza questo amore, è vita che manca, e che questo amore causa la mancanza. Il dono più grande che un innamorato può fare a chi ama é donare la mancanza. Come dire: ” Mi manchi “. Mi manchi è la parola fondamentale. “
M. RECALCATI


Mi manchi papà!

Mi mancavi in vita qualche volta! Mi manchi ora, ora più che mai.


Buon compleanno pa’!

Regalami un pò di musica per questo tuo giorno. Regaliamocela.


” Un lavoro del lutto può dirsi allora davvero compiuto – secondo la lettura freudiana – quando l’assenza dell’oggetto non è più presente in modo opprimente, non tiene più sequestrata la libido del soggetto, quando diviene possibile per il soggetto recuperare un proprio desiderio vitale. […] Non a caso la concezione freudiana del compimento del lavoro del lutto rivela effettivamente uno sfondo nietzschiano: sciolto il gelo della fissazione melanconica all’oggetto perduto, ritorna la forza del “tempo d’aprile”, del “vento australe” che sciogliendo il ghiaccio dell’inverno inaugura una nuova primavera. “

M. RECALCATI

In attesa che torni la primavera. Che torni la musica.

Con amore, la tua Jessica