Le etichette non sono mai esaustive di un concetto. Se poi se si tratta di esseri umani meno che mai.
E pandemia e Covid interessano irrimediabilmente gli esseri umani. Poi, solo poi, la società che comunque è, essa stessa, composta da individui, appunto.
L’essere umano è il centro intorno a cui orbita la mia professione. È il centro del mondo.
È determinante, quando si parla di Covid e pandemia ricordarsi ciò.
Ma bisogna anche ricordare che il singolo fa parte di un tutto e che in questo momento la scelta del singolo coinvolge inesorabilmente il tutto.
Quindi da un’analisi del singolo caso è necessario passare ad un discorso più globale.
Perché le etichette non sono funzionali?
Perché, principalmente, non sono funzionali per il singolo: pro – vax, no – vax, complottista ecc possono fuorviare dalla comprensione e consapevolezza di ciò che dovrei fare per me stesso.
Perché magari l’essere no – vax cozza con l’essere un immunodepresso, un individuo fragile, “ a rischio ”
Perché l’essere pro – vax potrebbe cozzare con una diagnosi.
Oppure essere funzionale ad essa.
E qui diventa centrale l’analisi del singolo sulla propria anamnesi clinica.
Dietrologie, ideologie, di fronte ad un problema che sì è sociale ma primariamente è un rischio per la salute rischiano di compromettere ciò che è determinate per qualsiasi ambito del vivere: il benessere.
Informarsi consapevolmente. E correttamente.
Sono fresca di terza dose: niente mi ha vietato, dopo un’attenta anamnesi clinica, di esimermi dal vaccino. In più, per la mia professione, è necessario. Vaccinazione che non ho fatto a cuor leggero ma che ho sentito essere la scelta più opportuna in questo momento essendoci i presupposti.
Ho fatto la prima dose l’8 gennaio 2021: veramente le sensazioni che ho provato ancora le sento forti. La paura. La speranza di lasciarCI alle spalle quell’anno terribile.
Con la terza mi è sembrato di chiudere un cerchio.
Il mio contributo da singola per una pandemia mondiale è stato questo.
Insegno che se c’è un problema è necessario trovare ognuno la propria soluzione. Quando si può. Spesso a sofferenze e dolori soluzione non c’è. Ma ci sono convivenza, gestione.
Proprio stamattina ho incontrato tra queste mura una paziente che si è rivolta a me per un dolore insopportabile: le ho spiegato che il nostro progetto non ha come obiettivo il superamento di questa sofferenza indicibile ma imparare a conviverci e gestirla senza fermare lo scorrere del vivere.
Credo che valga lo stesso discorso per il contesto di pandemia. Ma essa si può superare. E credo dovremmo ricordarcene.
Vi lascio la mia riflessione dell’8 gennaio 2021, giorno della mia prima dose:
• 8 gennaio 2O21 •
Mi siedo. Scopro il braccio sinistro.
《 Jessica vuole che le faccia una foto? Me la chiedono in molti 》
《 No la ringrazio infinitamente 》
Io, amante delle fotografie, rifiuto.
Rifiuto perché volevo osservare cosa mi stesse accadendo intorno. La procedura per introdurre il vaccino nella siringa. Gli occhi degli infermieri presissimi ed attenti. Il container.
Poi chiudo gli occhi – gli aghi mi agitano – e ripercorro il film di questo anno. I TG. Il lockdown. Le mascherine. Il distanziamento. I 61 giorni senza uscire di casa. Le regioni che si tingono dei colori che stanno a significare come comportarsi. La disperazione. La paura. I numeri. Il plexiglass tra me ed i miei pazienti. Le quarantene. I tamponi.
Mi emoziono. Tanto.
I dubbi di ieri scompaiono. Le ansie. Il: ” lo faccio o non lo faccio “. Le perplessità di chi ho intorno. Gli incoraggiamenti di chi mi sostiene sempre.
Sento di aver fatto la scelta più giusta per me. E per gli altri.
In questo giorno. In cui tutto sembra avere una sua coerenza: Marco col suo brano. La catenina. Il vaccino.
“ La vaccinazione è una libera scelta ma è anche un atto di responsabilità e rispetto ” OPM, Ordine Psicologi Marche
La tua J.
